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Gender gap, se l’Italia non è un paese per donne

Varie

08 Marzo 2021

American Express

Nel 2018, quando la Consigliera per il programma di sviluppo delle Nazioni Unite Anuradha Seth aveva definito la disuguaglianza retributiva tra uomini e donne “il più grande furto della storia”, la sua espressione aveva innescato un dibattito molto acceso. “Non esiste un solo Paese, né un solo settore in cui le donne abbiano gli stessi stipendi degli uomini”, aveva spiegato lei. In Italia è ancora così. Lo confermano tutti i report, tra i quali il 28esimo Rapporto sulle retribuzioni di ODM Consulting, che mostra come l’emergenza sanitaria abbia congelato il trend di crescita delle retribuzioni per tutte le categorie professionali, consolidando di fatto il gender pay gap preesistente. Ma c’è di più. La crisi in corso si è abbattuta su un mercato del lavoro in cui le donne erano già fortemente penalizzate, finendo per distruggere molti più posti di lavoro femminili che maschili. Di conseguenza, la combinazione di vecchi e nuovi problemi si traduce nell’ennesimo peggioramento della situazione in Italia, che continua a confermarsi un paese non per le donne.
Il peso della crisi
I numeri sono impietosi. Soltanto a dicembre 2020, secondo l’Istat, sono andati in fumo 101mila posti di lavoro, praticamente solo donne (99mila unità) quasi tutte giovani o under 50. In parallelo, allarma anche il tasso di disoccupazione giovanile, che a fine anno è tornato a sfiorare il 30%, con un 29,7% che ci inchioda in fondo alla classifica europea. Rispetto a dicembre 2019, l’occupazione è scesa di 444mila unità, di cui 312mila sono donne. Il tasso di disoccupazione è risalito al 9% e anche l’inattività è schizzata di nuovo ai vertici: in un mese +42mila unità, sull’anno +482mila. D’altronde sono dati che chiudono in modo coerente un anno disastroso, che ha visto perdere – da febbraio a dicembre 2020 – ben 426mila posti di lavoro, nonostante il blocco dei licenziamenti ancora in vigore, i vari bonus a sostegno degli autonomi (troppo spesso non pervenuti) e la cassa integrazione estesa a moltissimi settori.
Gender pay gap fin da inizio carriera
L’ecatombe provocata dalla pandemia si innesta su una situazione già tutt’altro che rosea. Secondo il rapporto di ODM Consulting, gli stipendi delle donne rispetto ai colleghi maschi differiscono da oltre 2.500 a quasi 10mila euro in meno a seconda dell’inquadramento. È un fenomeno che si manifesta già all’ingresso del lavoro: un uomo under 30 con uno o due anni di esperienza guadagna in media 25.216 euro se non laureato e 29.780 euro se laureato, mentre a parità di titolo di studio ed esperienza le donne guadagnano in media dai 23.210 euro se non laureate fino ai 28.051 euro se laureate. Il titolo di studio attenua la differenza (a parità di esperienza lavorativa, il pay gap è del 5,5% tra laureati e dell’8% tra non laureati), ma la disuguaglianza rimane.
Per una busta paga uguale servono almeno 257 anni
Sul lungo periodo le cose non sono destinate a migliorare in fretta, anzi, secondo il World Economic Forum, per colmare la disparità retributiva serviranno 257 anni. Il Global Gender Gap Report 2020 raccontava già che l’Italia era scesa dal 70° al 76° posto mondiale nella classifica dei Paesi che attuano la parità salariale. In media, una donna italiana guadagna circa 17.900 euro l’anno, un uomo italiano ne prende oltre 31mila. Tuttavia, bisogna ricordare che sulle spalle delle donne gravino molte più ore di lavoro non retribuito (cura della casa e dei figli), status che risulta ancora più aggravato dopo i lunghi mesi di lockdown. In tale prospettiva, non c’è da stupirsi se si affosserà ulteriormente una condizione femminile già parecchio instabile.
 
Next Generation EU rivolto all’altra metà della mela
Se per dieci anni si è discusso attorno all’efficacia o meno delle quote rosa, introdotte dalla legge Golfo-Mosca del 2011, oggi il focus è rivolto alla destinazione dei fondi che arriveranno dal Next Generation EU. In prima linea ci sono le europarlamentari, capitanate dalla verde tedesca Alexandra Geese, che hanno iniziato a denunciare la “cecità di genere” e hanno lanciato la petizione “Half of it”, ovvero chiedono di destinare metà delle risorse europee a misure che davvero includano le donne nella vita sociale ed economica dei paesi. In Italia, l’appello è stato raccolto dai movimenti Giusto Mezzo e Donne per la salvezza, che riuniscono donne e uomini del mondo dell’associazionismo, delle aziende, dell’accademia e delle istituzioni, impegnati a chiedere al Governo di agire in favore delle sue cittadine.
Serve un ministero con il portafoglio
Quella della parità di genere è una sfida complessa, anche per un esecutivo presieduto da Mario Draghi. Tuttavia, la trasformazione del Dipartimento delle Pari Opportunità in un vero e proprio Ministero, dotato di un suo portafoglio, sarebbe un primo passo. Sono queste le richieste delle rappresentanti di Donne per la salvezza, che tre settimane fa hanno lanciato un appello al Governo in tal senso: “Per uno sviluppo dell’azione di governo che vinca la partita della parità di genere e della riduzione delle disuguaglianze, riteniamo importante una riflessione sul Dipartimento delle Pari Opportunità. È venuto il tempo che diventi un Ministero vero e proprio, con portafoglio, e che il/la sua titolare sieda nel Consiglio dei Ministri con pari poteri degli altri titolari di dicastero”. La richiesta ha ricevuto un consenso trasversale abbastanza inedito tra le elette in Parlamento, dal Pd a Forza Italia, passando per il M5S e FDI. Un Ministero dedicato sarebbe fondamentale per integrare, ad esempio, le deleghe sulla famiglia con il complesso delle politiche sociali. Aiuterebbe a trovare il modo di superare concretamente problemi ancora troppo femminili, come il compito di trovare un equilibrio tra casa e lavoro, attraverso misure che consentano non solo una condivisione reale della cura domestica, ma anche di abbattere i gap ancora troppo grandi nei posti di lavoro.

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