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La corsa delle pmi su Alibaba Sono 285 gli store virtuali italiani

Smart Business

27 Maggio 2019

American Express

«I biscotti? Possibilmente in miniconfezioni o addirittura monoporzione. Non si consumano a colazione. Di vino? La domanda è alta. Ma il consumatore medio ha 23 anni. Forse una bottiglia colorata o un packaging accattivante aiuterebbero». Come spiega Rodrigo Cipriani Foresio, managing director di Alibaba Group per Italia e Sud Europa, la “Via della seta” è già online. Ma per percorrerla bisogna avere una strategia, sapere che mezzo di trasporto usare e un’idea di destinazione. Soprattutto bisogna avere l’orgoglio del proprio “saper fare” e, insieme, l’umiltà di mettersi nei panni di un consumatore completamente diverso per gusti, abitudini e storia. «E qui entra in gioco il mio team – ha aggiunto Cipriani Foresio –. In Italia, il Gruppo – 12 persone in un ufficio colorato con ampio terazzo vista Duomo – ha l’obiettivo di connettere aziende e brand con le opportunità dell’espansione del mercato cinese. L’Italia è stato il primo Paese dell’Europa continentale in cui abbiamo aperto una controllata, Alibaba Italia, operativa da ottobre 2015».
 
La «galassia» Alibaba
Alibaba è, essenzialmente, una delle principali Data technology company del mondo, che mette a disposizione l’infrastruttura tecnologica su cui basa un ecosistema di diversi marketplaces digitali che consentono a grandi imprese ePmi, di offrire prodotti e servizi sia nel mondo che in Cina. Paese che da solo, conta, sulle piattaforme, 636 milioni di consumatori attivi (200 milioni al giorno per il 95% su smartphone) che chiedono informazioni, esprimono opinioni, si scambiano foto e idee, diffondono mode e tendenze. Per una media di 22 minuti al giorno. E soprattutto acquistano da 10 milioni di aziende e da un catalogo “virtuale” di oltre 3 miliardi di prodotti. Su Alipay – il sistema di pagamento “garante” tra venditore e acquirente – le transazioni hanno raggiunto i 750 miliardi di dollari l’anno.
Si va da Alibaba.com – il marketplace B2B più grande del mondo, i cui acquirenti sono agenti di commercio, grossisti, dettaglianti, produttori e Pmi impegnate nell’import-export – ad Alibaba Cloud (il 3° a livello mondiale, che offre servizi di cloud computing alle aziende di tutto il mondo ed è anche partner ufficiale del Comitato Olimpico). Per i clienti di tutto il mondo che vogliono acquistare B2C prodotti cinesi e internazionali c’è Aliexpress (tra i mercati principali ci sono, infatti, Russia, Brasile e Spagna). Alla logistica in Cina pensa Cainiao (che fa leva su corrieri privati “partner” per le consegne) e Alimama.com (la piattaforma di marketing). Infine, si viaggia con “Fliggy”, la piattaforma di servizi di viaggio (dai biglietti ai pacchetti vacanze).
 
Pmi italiane in Cina
Per poter vendere dall’Italia ai consumatori cinesi, le piattaforme di riferimento della “galassia Alibaba” sono Tmall e Tmall Global. Per essere su Tmall bisogna avere una sede cinese. Mentre Tmall Global permette anche alle aziende senza sede cinese e presenza fisica in Cina di vendere online.
«Oggi – spiega sempre il managing director del Gruppo in Italia – sono 285 gli store virtuali italiani presenti su Tmall e Tmall Global. Oltre mille i brand italiani con presenza sulle piattaforme Alibaba. Grandi nomi della moda e del food, ma anche cantine, aziende di arredo-design, orologi, laboratori di cosmetica che hanno fatto la “storia” ma che oggi, anche in Italia, hanno un mercato di nicchia. Alibaba guadagna dalle commissioni sulle transazioni, che variano in base alle categorie merceologiche: vanno dal 2% (ad esempio sul food)al 5% (moda). C’è una fee di 5mila euro l’anno per aprire e mantenere lo store. Ma essenziale è affidarsi a un partner (noi ne suggeriamo un bouquet poi è l’azienda che sceglie) che ne curi la “gestione”, il marketing, la promozione, anche sui social. Diciamo che un’azienda media dovrebbe reinvestire in promozione almeno il 10-15% del giro d’affari che le deriva dalla stessa piattaforma. In ogni caso, prima di partire bisogna fare un’analisi di mercato, avere una strategia credibile. Su come percorrere la strada ci siamo noi».
 
Parola d’ordine: import
Dal 1° aprile, l’Iva sulle importazioni è passata, per alcune categorie di merci, dal 16 al 13%, per altre dal 10 al 9%: due anni fa erano al 22 per cento. Se prima del 2014, per vendere in Cina era necessario avere una legal entity locale, «da 5 anni – ha concluso Cipriani Foresio – è possibile esportare attraverso il canale cross-border , gestendo la logistica direttamente dall’Italia e senza bisogno di tradurre le etichette in cinese». Si allunga, poi, di anno in anno, la lista di prodotti acquistabili cross-border : ultimi, vino e pet food.

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