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La moda chiede incentivi per una svolta green 4.0

Business Insights

24 Febbraio 2020

American Express

La sostenibilità ambientale – intesa come utilizzo di materiali riciclati, risparmio di acqua e energia, riduzione dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici – sale a pieno titolo in vetta alla lista delle sfide strategiche e irrinunciabili dell’industria italiana della moda. Un’industria che, almeno nella sua parte “a monte”, rappresentata da filati, tessuti, concia, ha cominciato da tempo a investire in questo campo, al punto da essere considerata oggi una tra le filiere più virtuose al mondo. Ma che adesso, come ha spiegato Claudio Marenzi, presidente di Pitti Immagine e di Confindustria Moda inaugurando in Palazzo Vecchio la 97esima edizione del salone fiorentino Pitti Uomo (1.200 marchi per il 45% esteri), deve accelerare, e per farlo ha bisogno di una spinta.
 
 
«Servono incentivi per l’innovazione green», ha detto Marenzi rivolto al Governo, rappresentato dal sottosegretario agli Esteri, Ivan Scalfarotto. «Dobbiamo inventarci un’industria 4 punto verde, cioè un’industria 4.0 specifica per la sostenibilità», ha aggiunto, evocando il piano Industria 4.0 che, grazie ai contributi governativi, ha permesso a tante aziende di acquistare tecnologie digitali e di rinnovare il parco macchine. In questa edizione del salone Pitti Uomo gli esempi di materiali e collezioni sostenibili si sono moltiplicati ma non basta. Investire è un obbligo: autorevoli studi – ha sottolineato Marenzi – indicano che nel giro di cinque anni i maggiori department store del mondo sceglieranno sulla base delle certificazioni ambientali almeno la metà dei propri fornitori, e che i due terzi dei consumatori mondiali sono disposti a pagare un prezzo del 10% superiore per prodotti sostenibili, a parità di qualità e stile. La previsione è che nei prossimi dieci anni più del 90% delle imprese investiranno in sostenibilità.
 
 
Le pratiche sostenibili messe in atto dalle aziende, secondo il presidente di Confindustria Moda (che riunisce le associazioni di tessile, abbigliamento, concia, pelletteria, scarpe, occhiali, gioielli, pellicce), hanno inoltre bisogno di essere comunicate meglio al mercato e ai consumatori, ed è importante avere testimonial autorevoli per le campagne di sensibilizzazione. Uno di questi testimonial, il principe del Galles Carlo d’Inghilterra e patron di Campaign for wool, iniziativa a sostegno dell’utilizzo della lana, ha mandato un messaggio video proiettato all’inaugurazione del Pitti Uomo per ribadire l’importanza di un materiale naturale e biodegradabile come la lana e le sue tante applicazioni.
 
 
Alla crescita sostenibile ha fatto appello anche il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che dal palco ha proposto un patto tra sindaci e imprenditori, tra città e aziende, indicando proprio le città come possibili motori di una nuova stagione al posto dei leader mondiali, «che non stanno facendo niente per la sostenibilità, come ha dimostrato il fallimento del Cop25», la conferenza Onu sul cambiamento climatico tenutasi in dicembre a Madrid.
 
 
Anche il sottosegretario Scalfarotto ha preso impegni sul fronte della moda, a partire dalla riattivazione del tavolo di settore (istituito dal governo Renzi e coordinato dallo stesso Scalfarotto quando era sottosegretario allo Sviluppo economico, dal 2016 al 2018), da lui già annunciata nel settembre scorso alla fiera delle calzature Micam. «Il tavolo della moda ha funzionato bene, possiamo rimetterci a lavorare insieme», ha detto, invitando a «fare ancora meglio nella sinergia sulla moda uomo tra Milano e Firenze».
 
 
E guardando alle esportazioni, che «ci hanno salvato nella lunga fase di crisi», Scalfarotto ha sollecitato ancor più l’apertura delle frontiere e l’abolizione di dazi e barriere non tariffarie avanzando una proposta: «Dovremmo pensare a incentivi per le aziende che aumentano il tasso di internazionalizzazione, visto che i numeri dicono che chi esporta resiste meglio alla crisi». L’esempio calzante è proprio l’industria italiana della moda uomo che, grazie al fatto di realizzare all’estero il 70% del fatturato (si veda Il Sole 24 Ore di ieri), nel 2019 è riuscita a crescere del 4% sfiorando, per la prima volta, i 10 miliardi. Alla moda guarda con attenzione anche l’Ice che, come ha ricordato il presidente Carlo Maria Ferro, ha investito 13 milioni dal 2014 a oggi per portare buyer e giornalisti alla fiere targate Pitti.
 
 
La sostenibilità ambientale – intesa come utilizzo di materiali riciclati, risparmio di acqua e energia, riduzione dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici – sale a pieno titolo in vetta alla lista delle sfide strategiche e irrinunciabili dell’industria italiana della moda. Un’industria che, almeno nella sua parte “a monte”, rappresentata da filati, tessuti, concia, ha cominciato da tempo a investire in questo campo, al punto da essere considerata oggi una tra le filiere più virtuose al mondo. Ma che adesso, come ha spiegato ieri Claudio Marenzi, presidente di Pitti Immagine e di Confindustria Moda inaugurando in Palazzo Vecchio la 97esima edizione del salone fiorentino Pitti Uomo (1.200 marchi per il 45% esteri), deve accelerare, e per farlo ha bisogno di una spinta.
 
 
«Servono incentivi per l’innovazione green», ha detto Marenzi rivolto al Governo, rappresentato dal sottosegretario agli Esteri, Ivan Scalfarotto. «Dobbiamo inventarci un’industria 4 punto verde, cioè un’industria 4.0 specifica per la sostenibilità», ha aggiunto, evocando il piano Industria 4.0 che, grazie ai contributi governativi, ha permesso a tante aziende di acquistare tecnologie digitali e di rinnovare il parco macchine. In questa edizione del salone Pitti Uomo gli esempi di materiali e collezioni sostenibili si sono moltiplicati ma non basta. Investire è un obbligo: autorevoli studi – ha sottolineato Marenzi – indicano che nel giro di cinque anni i maggiori department store del mondo sceglieranno sulla base delle certificazioni ambientali almeno la metà dei propri fornitori, e che i due terzi dei consumatori mondiali sono disposti a pagare un prezzo del 10% superiore per prodotti sostenibili, a parità di qualità e stile. La previsione è che nei prossimi dieci anni più del 90% delle imprese investiranno in sostenibilità.
 
 
Le pratiche sostenibili messe in atto dalle aziende, secondo il presidente di Confindustria Moda (che riunisce le associazioni di tessile, abbigliamento, concia, pelletteria, scarpe, occhiali, gioielli, pellicce), hanno inoltre bisogno di essere comunicate meglio al mercato e ai consumatori, ed è importante avere testimonial autorevoli per le campagne di sensibilizzazione. Uno di questi testimonial, il principe del Galles Carlo d’Inghilterra e patron di Campaign for wool, iniziativa a sostegno dell’utilizzo della lana, ha mandato un messaggio video proiettato all’inaugurazione del Pitti Uomo per ribadire l’importanza di un materiale naturale e biodegradabile come la lana e le sue tante applicazioni.
 
 
Alla crescita sostenibile ha fatto appello anche il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che dal palco ha proposto un patto tra sindaci e imprenditori, tra città e aziende, indicando proprio le città come possibili motori di una nuova stagione al posto dei leader mondiali, «che non stanno facendo niente per la sostenibilità, come ha dimostrato il fallimento del Cop25», la conferenza Onu sul cambiamento climatico tenutasi in dicembre a Madrid.
 
 
Anche il sottosegretario Scalfarotto ha preso impegni sul fronte della moda, a partire dalla riattivazione del tavolo di settore (istituito dal governo Renzi e coordinato dallo stesso Scalfarotto quando era sottosegretario allo Sviluppo economico, dal 2016 al 2018), da lui già annunciata nel settembre scorso alla fiera delle calzature Micam. «Il tavolo della moda ha funzionato bene, possiamo rimetterci a lavorare insieme», ha detto, invitando a «fare ancora meglio nella sinergia sulla moda uomo tra Milano e Firenze».
 
 
E guardando alle esportazioni, che «ci hanno salvato nella lunga fase di crisi», Scalfarotto ha sollecitato ancor più l’apertura delle frontiere e l’abolizione di dazi e barriere non tariffarie avanzando una proposta: «Dovremmo pensare a incentivi per le aziende che aumentano il tasso di internazionalizzazione, visto che i numeri dicono che chi esporta resiste meglio alla crisi». L’esempio calzante è proprio l’industria italiana della moda uomo che, grazie al fatto di realizzare all’estero il 70% del fatturato, nel 2019 è riuscita a crescere del 4% sfiorando, per la prima volta, i 10 miliardi. Alla moda guarda con attenzione anche l’Ice che, come ha ricordato il presidente Carlo Maria Ferro, ha investito 13 milioni dal 2014 a oggi per portare buyer e giornalisti alla fiere targate Pitti.

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