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La normativa sulle criptovalute stablecoin è quasi pronta

Finanza e Pagamenti

07 Dicembre 2020

American Express

A differenza delle monete digitali più chiacchierate, come Bitcoin o Ethereum, le cosiddette stablecoin sono per propria natura ancorate a una valuta tradizionale, a dei beni materiali, a degli asset reali oppure a una o più società. Insomma, casi come Tether, ancorato al dollaro statunitense, oppure Digix che ha come sottostante l’oro. Questo rende anzitutto le stablecoin più stabili e meno soggette a vertiginose fluttuazioni di mercato, come peraltro il loro stesso nome suggerisce. E per questo si ritiene che rappresentino la fase matura delle valute elettroniche, adatte per gli investimenti (e non per le speculazioni) e soprattutto per i pagamenti, nazionali e internazionali.
 
Proprio l’essere senza confini geografici rappresenta uno dei principali punti di forza di queste monete, ma allo stesso tempo richiede di definire regole precise e condivise, per superare l’attuale fase caotica basata di fatto su un vuoto normativo. Da qui nasce quindi la necessità di creare una prima regulation per le stablecoin, che faccia da documento capace di sintetizzare uno standard condiviso. Anche perché, se le criptovalute della prima ora erano fondate sulla blockchain, le stablecoin prevedono comunque un istituto centrale con funzione di controllo e garanzia.
 
A che punto siamo con la nuova normativa
 
Il percorso è ancora lungo, ma si sta procedendo secondo il ritmo previsto. L’ultimo aggiornamento, in termini cronologici, è di inizio autunno, quando è stata dichiarata conclusa la fase di stesura delle linee guida internazionali. A occuparsene è stato il Financial Stability Board, ossia il gruppo di lavoro che riunisce i regolatori finanziari interni e le banche centrali di tutti i paesi del G20.
 
Nella bozza, messa a punto anche sulla base di una consultazione pubblica, si prende atto anzitutto che a oggi in nessun paese ci sono normative sufficienti a regolare il fenomeno stablecoin, e si stabilisce la necessità che le normative stesse debbano diventare comuni a tutti i paesi. Determinando una sostanziale stretta rispetto al sostanziale liberi tutti in vigore oggi. Ciò è indispensabile, si legge, soprattutto per quanto riguarda le transazioni internazionali.
 
Il motivo dell’interesse per i pagamenti cross-border è intrinseco nelle peculiarità delle monete digitali, perché queste rappresentano uno strumento di pagamento rapido, flessibile e agile che ben si presta per far superare le attuali farraginosità delle procedure. Ed è per questo che, trattandosi di una questione internazionale, le regole devono essere condivise sia dal paese da cui il pagamento parte sia da quello di destinazione.
 
Dal punto di vista dei prossimi passi, ai regolatori bancari verrà concesso tutto il 2021 per esprimersi sulla bozza redatta dal Financial Stability Board, prevedendo eventualmente modifiche o integrazioni alle regole proposte. E poi ci sarà comunque un lungo processo di revisione, anche in base alle novità tecnologiche, ai mercati emergenti e alla posizione delle economie in via di sviluppo, che dovrebbe prolungarsi fino al luglio 2023. Dunque, serviranno ancora una trentina di mesi – almeno – prima che la normativa sia effettivamente pronta e applicabile.
 
Dove si vuole arrivare
 
Come già esplicitamente indicato, l’obiettivo di questo percorso di regolamentazione non è solo quello di riempire un vuoto che non può più rimanere tale, ma anche di mettere in piedi un sistema di vigilanza delle stablecoin che verifichi l’aderenza agli standard e l’attuazione di tutte quelle misure necessarie a garantire la stabilità finanziaria. In altri termini, si interverrà in ogni modo per assicurarsi che le monete elettroniche siano affidabili e scongiurino operazioni non legali come il riciclaggio di denaro oppure le oscillazioni di mercato indotte a fini speculativi.
 
Il principio guida, per quelle valute che vorranno diventare alternative credibili rispetto alle monete tradizionali, è che per operare nello stesso segmento bisogna avere le stesse regole e lo stesso livello di rischio. Includendo anche obblighi informativi cross-border e precise procedure per le transazioni internazionali, indispensabili per i pagamenti transfrontalieri.
 
Se dunque si punta ad allontanarsi sia in astratto sia in concreto da realtà come il Bitcoin, dall’altro non è ancora escluso che possa passare una linea ancora più severa e intransigente, come peraltro hanno già chiesto diversi paesi dell’Unione Europea come Italia, Francia, Germania, Spagna e Paesi Bassi. Le regole più rigide servirebbero per proteggere i consumatori, ma anche per preservare la sovranità monetaria dei singoli stati. Come? Per esempio, obbligando per regolamento a impegnare ciascuna stablecoin con un sottostante valutario ancorato a una valuta reale e stabile come il dollaro o l’euro, e impedendo l’uso stesso delle stablecoin fino a che la normativa stessa non sarà approvata e in vigore.

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