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L’Italia si scopre più competitiva: «Alto potenziale di attrazione»

Business Insights

20 Settembre 2019

American Express

Un Paese che ha ridotto gli investimenti del 20% negli ultimi 10 anni. Un Paese che nell’ultimo anno ha aumentato il carico fiscale (total tax rate) dal 48% al 53,1%. Un Paese dove il 70% della popolazione non ha le competenze necessarie per vivere nel mondo attuale. I freni sono tanti. I nodi da sciogliere anche. Eppure l’Italia, a dispetto delle sue debolezze, resiste. E mantiene un buon “sex appeal” per gli investitori internazionali: secondo il Global Attractiveness Index (creato da The European House – Ambrosetti e pubblicato ieri al Forum di Cernobbio), è infatti il sedicesimo Paese del mondo per attrattività. In una classifica di 144 Stati.
 
Con un punteggio pari a 66,06 (in aumento rispetto a 64,04 dell’anno scorso), il Paese mostra infatti un «medio-alto potenziale di attrazione». Punteggio certo lontano da quello della Germania (che con 100 punti conquista la prima posizione in classifica), ma comunque nella fascia alta. Nei giorni in cui si insedia il nuovo Governo Conte, lo studio presentato ieri a Cernobbio evidenzia però anche i problemi su cui il Governo dovrà lavorare: l’Italia è poco dinamica e, soprattutto, ha una serie di vulnerabilità (a partire dal debito pubblico) che potrebbero farle perdere posizioni. Ecco perché è necessario intervenire con misure strutturali. Che abbiano almeno tre priorità: investimenti, semplificazione amministrativa e incentivi fiscali.
 
Attrazione e competitività
 
Avere capacità di attrazione è fondamentale per un’economia. «Un Paese non attrattivo – scrive l’ex Presidente dell’Istat ed ex ministro del Lavoro Enrico Giovannini, presidente del comitato scientifico che ha curato il lavoro – rischia di essere un Paese senza futuro». Perché essere capaci di attrarre investitori significa essere competitivi. Vuol dire che altri vogliono venire o rimanere sul territorio di un Paese per usufruire delle competenze e dei patrimoni che lo contraddistinguono. Ecco perché – scrive Giovannini – c’è «l’urgenza di darsi una prospettiva di medio-lungo termine, e di perseguirla con atti concreti».
 
La fotografia dell’Italia
 
Il primo problema del Paese, che il neonato Governo dovrà affrontare, è legato agli investimenti. Nell’ultimo decennio sono calati in media del 20% (da 54,2 miliardi del 2009 a 37,1 del 2018), ma in alcuni settori la frenata è stata ancora più evidente. Per esempio nelle apparecchiature tecnologiche, che hanno registrato un calo degli investimenti del 50%. «Ogni proposta per l’attrattività del Paese deve necessariamente partire da questo punto», scrivono gli autori dello studio.
 
Legato a questo tema, ma anche a un fenomeno culturale, c’è l’altro grande freno dell’Italia: la scarsa digitalizzazione. Solo il 71,4% delle imprese dispone di un sito Internet, contro l’87,4% di quelle tedesche o l’82% di quelle inglesi. Solo il 47,6% dei lavoratori usa un computer con accesso a Internet (contro il 58% in Germania) e solo il 7,1% delle imprese utilizza big data analysis e cloud. Questo – conclude lo studio – incide negativamente sull’attrattività e sulla crescita dell’Italia. Se il Paese avesse lo stesso tasso di digitalizzazione dei Paesi più avanzati – calcola lo studio – conquisterebbe tre posizioni nella classifica. Per non parlare degli altri tasti dolenti, come la disoccupazione femminile, il mercato del lavoro, la scarsa formazione (gli ultimi test Invalsi dimostrano che uno studente su tre, dopo le scuole medie, non è in grado di comprendere in pieno un testo scritto). O la burocrazia, che pesa sul 4% del fatturato delle piccole imprese e sul 2,1% di quello delle medie aziende.
 
Le ricette
 
Ecco perché agire è necessario, anche se l’Italia ha una buona posizione nella classifica mondiale. «Riteniamo che siano maturi i tempi per ripensare il proprio modello di sviluppo secondo i principi di sostenibilità (ambientale, economica e sociale) e di crescente inclusività». Così gli investimenti non vanno solo aumentati quantitativamente, ma focalizzati su aree e settori che possono attivare effetti moltiplicativi. Qualche esempio? Sul fronte delle infrastrutture, mentre tutti parlano della Tav, servirebbero opere per ammodernare la rete idrica. Soprattutto in Meridione, dove le perdite di acqua sono ingenti. Sul fronte energetico va finalizzato il «Piano nazionale energia e clima 2030», per favorire la transizione energetica. Serve poi un chiaro indirizzo allo sviluppo sostenibile delle politiche di innovazione. Tante ricette per un Governo che muove i primi passi.

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