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«L’obiettivo dell’export alimentare è raggiungere i 50 miliardi nel 2021»

Business Insights

07 Marzo 2019

American Express

«Lo sa, che da questa sala è passato un pezzo della storia della Liberazione d’Italia?».
La sala è quella di rappresentanza della Molini Industriali di Modena e a ricordarlo è Ivano Vacondio: dal primo di gennaio è diventato presidente di Federalimentare e da questa sala proprio delle diverse forme della rappresentanza, vuole parlare. Chi rappresenta meglio, oggi, l’industria agroalimentare davanti alle istituzioni? La storia dell’azienda di famiglia è ancora più antica della Liberazione, comincia nel 1890. Quando la borghesia era illuminata e accanto alla fabbrica costruiva l’asilo e la chiesa per i dipendenti. Si vedono ancora entrambi, dalla finestra di quella sala. Restaurati di recente, «perché ci tengo molto».
 
Presidente, c’è molto dibattito, intorno all’importanza di avere materie prime italiane per poter parlare di vero made in Italy. È d’accordo?
Non solo nell’alimentare, ma anche in altri settori, il made in Italy è dato dal prodotto trasformato. Pensiamo per esempio alla moda, o all’arredamento: non mi si dica che il loro successo è dovuto alla materia prima italiana. Noi siamo un Paese povero di materie prime, e se abbiamo il successo che abbiamo nel mondo, come export, è perché abbiamo questa capacità di trasformare i prodotti. Io non sono un tifoso della materia prima italiana. Ritengo però, e lo voglio dire a chiare lettere, che tutto quello che serve per valorizzare la produzione italiana soprattutto nel settore primario vada nella direzione giusta. Io ho titolo per dire questa cosa, perché nella mia azienda a Modena, insieme a 140 agricoltori, ho investito oltre 6 milioni di euro in un progetto di filiera per valorizzare la produzione nazionale. Dunque quando io dico queste cose, anche come imprenditore ho le carte in regola. Ma valorizzare la produzione nazionale non vuol dire fare confusione negli enti di rappresentanza. Io credo che il mondo agricolo abbia i suoi organismi di rappresentanza, che hanno la loro casa nel loro ministero, mentre noi industriali alimentari abbiamo organismi di rappresentanza nostri, che sono Federalimentare e Confindustria, che hanno la loro casa in un altro ministero. Non è per essere divisivi, è per fare chiarezza.
 
Immagino che lei si riferisca anche a Filiera Italia, l’associazione che riunisce 50 marchi dell’industria agroalimentare italiana insieme alla Coldiretti. Se le dico Filiera Italia, lei cosa risponde?
Ho già avuto modo di dire quello che penso. Credo che sia un’organizzazione che è nata all’interno del mondo agricolo, anzi di una parte del mondo agricolo, il quale vuole promuovere un’integrazione fra agricoltura e industria. Ribadisco: se questa operazione va nella direzione di fare business tra agricoltori e imprenditori, la trovo assolutamente condivisibile . Se invece questa nuova costituente ha nelle corde l’aspirazione a rappresentare nelle istituzioni anche il mondo dell’industria, è un’operazione che non ci può trovare d’accordo. Federalimentare ha 7mila aziende, 140 miliardi di fatturato, 385mila lavoratori e pesa per l’81% dell’export alimentare nel mondo: beh, insomma. Auguri!
 
Oggi entra in vigore l’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e il Giappone. È una buona notizia?
Noi siamo favorevolissimi a tutti gli accordi bilaterali di libero scambio. Perché se non apriamo al libero scambio, avremo difficoltà ad esportare i nostri prodotti e quindi a mantenere i livelli occupazionali e la dimensione delle nostre aziende. E la pensano così diverse importanti associazioni di categoria. Solo con l’export possiamo crescere, ma gli imprenditori da soli non ce la fanno, hanno bisogno della politica e delle istituzioni. Spero di incontrare presto i ministri di competenza, perché vorrei poter portare anche a loro le nostre ragioni in una visione costruttiva. Noi imprenditori alimentari contribuiamo alla creazione del Pil nazionale per l’11% del suo valore.
 
Con il Dl Semplificazioni il Senato ha appena approvato la norma che estende l’obbligo di etichettatura di origine a tutti i prodotti alimentari. Federalimentare è d’accordo?
Noi siamo per la massima trasparenza, per dare ai consumatori le informazioni più complete possibile. Quindi ben venga questa soluzione, se però le istituzioni e il governo ci aiuteranno a uniformare questa disposizione anche con le norme Ue. A farla recepire, cioè, anche dagli altri paesi europei.
 
Come sta andando l’export agroalimentare italiano?
Credo che l’obiettivo dei 50 miliardi di euro di export alimentare nel 2021 possa essere raggiunto. Oggi siamo a 40 miliardi. A questa domanda mi lasci rispondere però anche con un pizzico di sale. Con un pizzicotto, anzi: a qualche operatore che riporta numeri che non sono veri. Di questi 40 miliardi di fatturato, il prodotto industriale trasformato rappresenta l’81%. Il settore agricolo, cioè, contribuisce all’export agroalimentare italiano solo per il 19%. Questi sono i numeri, ed è ora, secondo me, che anche per le istituzioni i numeri comincino ad avere una valenza. I numeri ci dicono anche che le imprese che fanno capo a Federalimentare danno lavoro a 385mila persone, per le quali ci accingiamo a firmare il rinnovo del contratto. Contiamo 7mila imprese associate e tra queste imprese ci sono anche le multinazionali: rappresentano il 30% dei 140 miliardi di fatturato che registriamo ogni anno e le considero una risorsa per il nostro Paese, perché portano ricchezza. Di queste 7mila imprese, poi, solo il 2% superano i 50 addetti. Le grandi imprese sono importantissime, perché ci aiutano a valorizzare il brand italiano sui mercati esteri. Ma è dalle piccole imprese che oggi proviene la quota maggiore dell’incremento del nostro export agroalimentare.

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