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Smart working, mancano all’appello Pmi e Pa

Varie

06 Dicembre 2019

American Express

Lavoro smart, sì e sono più soddisfatto. Lavoro smart sì, ma non solo perché sono una mamma o un papà e ho un problema di conciliazione vita-lavoro. Sarebbe riduttivo. Lavoro smart perché la tecnologia abilita tutti, ormai, a lavorare in un luogo diverso dalla sede aziendale e rende flessibili ed information based molte mansioni che fino ad oggi erano ritenute rigide e vincolate, come manutentori, operai, addetti al retail e operatori di sportello. «Chi ha detto che lo smart working è solo per white collar? – chiede il professor Mariano Corso, responsabile dell’osservatorio del Politecnico di Milano -. Faccio solo un esempio, il primo che mi viene in mente. A Genova Abb ha creato un centro che controlla gli impianti, ne segue la manutenzione e parla con le navi in giro per il mondo. Possono essere anche in Congo o in Nigeria, la tecnologia e la digitalizzazione oggi consentono di gestire da remoto attività che un tempo richiedevano la presenza, come la manutenzione che, oggi, nel caso di Abb, viene svolta all’80% da remoto». Per questo, aggiunge Corso, «si potrebbe quasi dire che, in Italia, il numero di smart worker in prospettiva potrebbe avvicinarsi al totale dei 18 milioni di lavoratori».
 
 
La diffusione
 
 
Secondo quanto emerge dall’anticipazione dei dati dell’Osservatorio Smart Working, oggi, in Italia, ci sono 570mila smart worker, in crescita del 20% in un anno. Reale Mutua, Europe assistance, Sky Italia sono solo alcuni degli ultimi progetti più significativi che sono stati realizzati (si vedano altri pezzi in pagina). Con alcune precisazioni da fare, soprattutto perché nelle Pmi e nella Pa, pur avendo numeri in crescita, lo strumento non decolla. Nella Pa c’è stato un significativo aumento della diffusione dei progetti strutturati che sono raddoppiati rispetto allo scorso anno, passando dall’8 al 16%. A questo si aggiunga che il 6% della Pa dichiara che avvierà progetti di smart working. Tra le motivazioni ci sono il miglioramento del work life balance (nel 78% dei casi), il benessere organizzativo (nel 71% dei casi) e infine la produttività/qualità del lavoro (nel 62%). L’aumento delle iniziative nella Pa è sicuramente un segnale positivo ma va detto che i progetti della Pa sono ancora molto limitati e coinvolgono in media il 12% della popolazione. A guidare i criteri della selezione delle persone da coinvolgere ci sono innanzitutto le esigenze familiari, la presenza di disabilità o familiari a carico (57%) e poi le attività svolte dalla persona (57%). Nelle Pmi lo smart working cresce ugualmente e i progetti strutturati passano dall’8% di progetti strutturati al 12%. Le motivazioni che guidano l’attivazione dei progetti sono il benessere organizzativo, come spiega una Pmi su 2 e i processi aziendali, in una Pmi su 4. Infine le grandi imprese dove ormai lo smart working è molto diffuso e non rappresenta più una novità. «In questo momento c’è una rivoluzione incompiuta – interpreta Corso -. Anche se i numeri sono in evoluzione la velocità con cui lo smart working si diffonde è inadeguata. Le Pmi hanno avuto un incremento importante ma ce ne sono tantissime che, passato l’effetto moda, se si può chiamare così, adesso si dicono disinteressate. Nella grande impresa il numero di aziende che implementano iniziative cresce poco. Cambia la capillarità all’interno delle stesse aziende: via via che lo strumento è andato a regime, oggi si tende ad espandere la platea che vi ha accesso. In realtà, rispetto ai potenziali benefici dell’applicazione e ai dimostrati benefici sull’organizzazione, sulle persone e sulle città, la velocità è insoddisfacente».
 
 
Cresce la soddisfazione
 
 
I lavoratori smart mediamente sono più soddisfatti di quelli tradizionali. Il gap maggiore, secondo quanto emerge dai dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, si rileva in riferimento alla soddisfazione per le modalità di organizzazione del lavoro, dove il 31% degli smart worker riferisce di essere molto soddisfatto, rispetto al 19% dei lavoratori tradizionali. Allo smart working si accompagna un clima di fiducia e autonomia che ha effetti positivi sulle relazioni con i colleghi: molto soddisfacenti per il 31% degli smart worker, contro il 23% dei lavoratori tradizionali. Allo smart working si lega anche il grado di coinvolgimento del lavoratore: gli smart worker risultano infatti più orgogliosi dei risultati dell’organizzazione e sono entusiasti di farne parte. Considerati tutti gli aspetti che concorrono a determinare l’engagement, gli smart worker che si sentono pienamente coinvolti sono il 33% rispetto al 21% degli altri lavoratori.
 
 
I principi
 
 
Per cogliere appieno i vantaggi delle nuove tecnologie e dei nuovi layout, spesso caratterizzati da postazioni non assegnate e ampi spazi dedicati al lavoro in team, serve che le persone facciano propri una serie di principi. Tra questi ci sono il senso di appartenenza e fiducia, la responsabilizzazione rispetto a obiettivi personali e aziendali, la flessibilità, la vituality ossia la capacità di bilanciare l’uso di tecnologie digitali e altre modalità di interazione a seconda dell’obiettivo delle attività da svolgere. Principi fatti propri dal 35% degli smart worker, contro il 17% degli altri lavoratori. «Allargando il ragionamento, questa organizzazione fa sì che il mercato del lavoro sia reso più liquido e le aziende possano essere più attrattive per i talenti, in un bacino territoriale molto più ampio – spiega Corso -. Questo cambia il modo di competere delle organizzazioni e dei territori che devono creare buoni motivi per far sì che le persone vogliano vivere lì. Prendiamo la California e la Silicon valley, aree che hanno costi della vita elevati: tutto questo ha portato al lavoro full time remote, in cui i lavoratori decidono di progettare la loro vita e di insediarsi in aree diverse e lavorano senza mai andare in sede. Per un paese come il nostro, un cambiamento di scenario così va interpretato e valorizzato, soprattutto perché la trasformazione digitale sta aumentando il livello di flessibilità per un numero di mansioni che va ben oltre quelle dei colletti bianchi e arriva ai manutentori, o alla formazione per determinate mansioni».
 
 
Le criticità
 
 
Premesso che il progetto di smart working comporta un cambiamento radicale del modo di lavorare, perché abbia successo serve agire su più leve e partire dall’analisi degli obiettivi, delle priorità e delle peculiarità tecnologiche e manageriali dell’organizzazione. Tra le criticità che comunque persistono, lato manager, al primo posto c’è la difficoltà a gestire le urgenze (a dirlo è il 34%) , seguita dalla difficoltà nell’uso della tecnologia (32%) e nel pianificare le attività (26%). Lato smart worker, invece, uno su tre (35%) parla di isolamento, mentre uno su cinque di distrazioni esterne (21%). Meno rilevanti sono invece le criticità relative alla tecnologia, sia intese come scarsa efficacia della comunicazione e collaborazione virtuale (12%), sia come difficoltà nell’uso della tecnologia (11%).

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