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Trasformazione digitale, la PA sta per accelerare?

Smart Business

16 Ottobre 2019

American Express

Dal 26 settembre scorso, dopo il via libera al relativo decreto, sono entrate in vigore alcune modifiche nell’inquadramento istituzionale per il processo di trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione (PA) italiana. Al di là dei dettagli sulle novità normative – che vedremo tra poco – la notizia è rilevante anzitutto perché siamo di fronte a una nuova occasione per il nostro sistema-Paese. Per i cittadini e per le imprese produttive si annuncia un’accelerazione dei processi in chiave digitale di cui auspichiamo l’introduzione.
 
Una Pubblica Amministrazione digitale, infatti, potrebbe aumentare il Pil dello 0,5% secondo le stime contenute nel Rapporto sull’e-government “Quanto costa all’Italia il ritardo nell’e-gov?” di Bem Research, istituto che monitora le prestazioni sul web di istituzioni pubbliche e società private.
Senza cedere ai facili ottimismi, sarà importante far sì che l’indirizzo politico e i testi pubblicati in Gazzetta Ufficiale si traducano in innovazioni tangibili nel nostro rapporto con la macchina burocratica italiana. Il tutto, anche nella migliore delle ipotesi, con i necessari tempi tecnici di implementazione.
 
 
Cosa cambia
 
Anzitutto, è prevista, già dal 2020, la creazione di un Dipartimento ad hoc dedicato alla “trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione”. Tutte le competenze relative al digitale vengono così accentrate in un’unica figura istituzionale, che coincide con la guida del Ministero dell’Innovazione. Al momento si trova nelle mani della ministra Paola Pisano, dunque, la totalità delle competenze in tema di innovazione digitale sulle imprese e sulla PA.
 
Questo processo di accentramento riguarda anche l’Agenzia per l’Italia digitale (Agid), a sua volta rientrata tra le competenze della ministra Pisano e non più sotto il Ministero per la Pubblica Amministrazione. Idem per il Team digitale, creato da Diego Piacentini e attualmente guidato da Luca Attias. Il team è infatti prossimo a essere inglobato nel già citato Dipartimento per la trasformazione digitale. Tra le sue funzioni specifiche, indicate nero su bianco nel provvedimento, si legge di “attuazione dell’agenda digitale”, di “infrastrutture digitali materiali e immateriali”, di “tecnologie e servizi di rete”, di “sviluppo e diffusione dell’uso delle tecnologie tra cittadini, imprese e PA” e soprattutto di “diffusione dell’educazione e della cultura digitale”, naturalmente di concerto con le altre istituzioni e organizzazioni analoghe a livello comunitario e internazionale.
 
 
Linee d’azione
 
Anche se per ora è difficile avere un’idea precisa di quel che accadrà nei prossimi mesi, alcuni dei principi guida sono già identificabili leggendo tra le righe del provvedimento e grazie alle dichiarazioni pubbliche delle figure istituzionali coinvolte. Se i macro-temi dell’accentramento delle deleghe e della promozione della cultura digitale a tutti i livelli (scuola, università, pubbliche amministrazioni locali e centrali, giustizia…) sono già stati citati, a questi si aggiunge l’attenzione alle “tecnologie emergenti”, che potremmo identificare con l’intelligenza artificiale nelle sue varie applicazioni, con la tecnologia blockchain e con tutta la componente di automazione  che sta sotto il cappello dell’Industria 4.0.
 
Un’altra parola chiave è “raccordo”, inteso come un coordinamento continuo tra i vari attori incaricati di dare concretezza alla trasformazione digitale, inclusi il Ministero per lo sviluppo economico e quello dell’istruzione, nonché ovviamente l’intera governance della Pubblica Amministrazione. Tra i vari rami di applicazione di questo principio c’è la cyber-sicurezza, intesa non solo come un tema su cui “fare cultura” ma anche come un protocollo per la difesa e la protezione delle nostre infrastrutture strategiche.
 
Infine, due ulteriori ambiti d’azione già ben identificabili sono da un lato il completamento del percorso di cittadinanza digitale, e dall’altro la necessità di un ricambio generazionale all’interno della Pubblica Amministrazione per accelerare l’ingresso di professionisti della digitalizzazione capaci di colmare il divario tra servizi digitali pubblici e privati.
 
 
Una sfida da vincere
 
La concretizzazione di queste proposte in servizi per cittadini e aziende è un’impresa per nulla banale. In gioco, però, c’è il futuro del nostro Paese, sia dal punto di vista dell’erogazione dei servizi pubblici sia per la competitività delle nostre imprese. Oltre ai temi ormai evergreen della semplificazione burocratica, del risparmio di tempo, della dematerializzazione e dell’efficientamento di tutta la macchina pubblica, sui quali sono comunque stati fatti passi avanti sia nelle amministrazioni centrali che locali negli ultimi cinque anni, uno degli obiettivi di fondo resta l’avvicinamento dei cittadini alla Pubblica Amministrazione, percepita ancora come troppo distante. A cosa potremmo ambire, dunque? Ecco alcuni esempi: fruizione immediata dei servizi, utilizzo ottimizzato degli archivi anche grazie a sistemi di di intelligenza artificiale, automatizzazione delle pratiche, superamento del meccanismo dell’inviare una domanda per far valere un proprio diritto e, infine, eliminazione del problema del re-inviare ogni volta moduli e documenti che di fatto già sono presenti in qualche meandro della Pubblica Amministrazione. Oggi sembrano utopie ma il decreto, di fatto, apre la strada a trasformarle in realtà.
 
La novità dell’accentramento delle competenze e del coordinamento tra vari soggetti sembra puntare nella giusta direzione, e consentirà forse di superare l’attuale sistema in cui i diversi enti della PA innovano per conto proprio. E anche se da più parti già si è fatto notare che in tutti i nuovi provvedimenti c’è un intero filone che non viene citato – quello della sanità, in cui il digitale potrebbe fare moltissimo – è opinione diffusa che la partenza sia stata fatta con il piede giusto. Certo, non è una strada in discesa. Tra i rischi più citati ci sono il digital divide, ovvero la mancanza di competenze o infrastrutture per l’accesso alla rete, che va assolutamente colmato se si vuole sviluppare un digitale inclusivo. L’altro fronte è non tecnologico, ovvero la complessità della burocrazia italiana. La buona notizia è che ora il guanto della sfida è in mano a una delle donne più influenti e capaci del digitale italiano.

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