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Venture capital, anche l’Italia scopre il segmento corporate

Smart Business

18 Febbraio 2020

American Express

In 12 anni 376 investimenti. Google Venture, nata nel 2008, era partita puntando su operazioni di early stage in start up specializzate in internet e mobile. Oggi è arrivata ad allargare il proprio raggio di azione tanto che conta nel proprio portafoglio investimenti nel settore consumer, health care, infrastrutture, cyber security. Google è solo un esempio di come stia evolvendo velocemente il corporate venture capital a stelle e strisce, guidato da colossi come Microsoft, Dell, Salesforce ma anche 7-Eleven, Campbell Soup e General Mills. D’altra parte il 77% delle imprese del Fortune 100 hanno investito in start up e il 52% ha un proprio braccio finanziario per i deal. E non è solo una questione di ritorni finanziari. «Quando io o il team incontriamo un’azienda, ci presentiamo e ci comportiamo come un venture capital finanziario. Dopo l’investimento diventiamo un VC strategico. Il capitale è economico. Il valore aggiunto non lo è» spiega Nagraj Kashyap, global head di M12, la divisione di corporate venture capital di Microsoft.
 
 
Non solo finanza, quindi, ma anche industria, strategia, innovazione, futuro. «Corporate venture capital non è m&a, acquisizioni o open innovation. È un’attività di investimenti in aziende terze rilevando quote di capitale ma senza assumerne il controllo. Rimangono quindi imprese separate con una loro capacità di gestione» spiega Mauro Pretolani, senior partner di Fondo Italiano d’Investimento, che aggiunge: «Le imprese possono sfruttare le proprie conoscenze per fare guadagni in conto capitale, apprendere dalla start up e solo in alcuni casi (rari) acquistarle. D’altra parte se le imprese italiane pensano di sopravvivere nei prossimi 10 anni solo con l’innovazione interna non hanno speranze. In Germania, ad esempio, i 4 più grandi Publishing oggi hanno un business fuori dal loro settore più grande della loro attività originale».
 
 
E l’occasione per parlare di corporate venture capital in Italia si è avuta in un incontro a porte chiuse, organizzato da Aifi e Kpmg, con Andrew Romans, general partner di Rubicon Venture Capital e di 7BC Venture Capital. Romans ha appena pubblicato il volume “Corporate Venture Capital” in cui analizza lo stato dell’arte dell’industria e le prospettive future, nell’ottica di un ripensamento generale della funzione di ricerca e sviluppo all’interno delle imprese. Nel volume vengono raccolte le case history più importanti a livello globale da Cisco a Merck, da Vodafone a Ibm, da Bmw e Volvo a Verizon. Per l’Italia vengono raccontati i casi di Telecom Italia e Fininvest proprio a firma di Pretolani. Ma come si sta sviluppando il trend nel nostro Paese? «Il CVC può essere il trampolino per far partire finalmente anche in Italia un mercato del venture capital degno del nostro tessuto imprenditoriale. Le nostre imprese grandi, medie e piccole hanno una capacità enorme di intercettare e implementare l’innovazione. L’impegno di Aifi è di metterle a sistema con le nostre migliori capacità tecnologiche e scientifiche» commenta Anna Gervasoni, direttrice generale di Aifi.
 
 
Una realtà che sta costruendo il proprio percorso in questa direzione è Enel, che nel 2019 guidava la classifica delle 12 top Europe’s Corporate start up Stars e nel 2016 ha anche lanciato Enel Innovation Hub con sede a Tel Aviv. «Per far crescere l’ecosistema di innovazione è necessario che le aziende collaborino con le start up su progetti concreti, per sviluppare e poi scalare nuove tecnologie in Italia e nel mondo. Il vero obiettivo di una grande azienda dovrebbe essere diventare cliente delle start up, in tal modo ha accesso alla migliore innovazione e allo stesso tempo fornisce supporto a tutto l’ecosistema validando e poi scalando le nuove tecnologie nel mondo» sottolinea Fabio Tentori, head of Enel Innovation hubs and start up initiatives.
 
 
Certo i numeri italiani sono ancora esigui. Gli ultimi dati ci dicono che le imprese del sistema industriale contribuiscono con 489 milioni di euro agli investimenti in start up. La fotografia dell’Osservatorio sull’open innovation e il corporate venture capital italiano è comunque di un trend di crescita: le sole partecipazioni dirette sono aumentate del 76,1% dal 2017, mentre il numero di start up entrate nel portafoglio dei CVC è lievitato del 23% nel periodo considerato, passando da 2.154 a 2.657. A livello globale il 2018 aveva registrato un record storico con 53 miliardi di dollari investiti dalle aziende nelle start up per un totale di 2740 operazioni in 12 mesi. L’Europa contribuiva al trend con 8,87 miliardi di dolalri.
 
 
Il 2019, di cui non sono stati ancora pubblicati i dati, promette un’altra accelerata, tanto che i CVC che si erano meritati il soprannome di “tourist capital” per la loro ciclicità negli investimenti, ora si stanno affrancando da questa etichetta e vengono considerati una parte strutturale dell’ecosistema.

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